Quando il corpo guarisce ma tu no

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«Ma ti sei dimagrita, Là?»

«Oddio, non credo proprio.»

«Secondo me sì… hai meno…»

Ecco. Fermiamoci un attimo.

Una scena banalissima. Talmente banale che probabilmente l’abbiamo vissuta tutti.
Perché ormai lo sappiamo: i commenti sul corpo arrivano quasi sempre peggio di come erano stati pensati. Anche quando nascono da buone intenzioni. Anche quando sono un complimento.

Io stessa ogni tanto cado nel tranello. Dico qualcosa, poi mi correggo, chiedo scusa, provo a recuperare. Perché il punto non è quasi mai la frase in sé. Il punto è dove atterra.

E spesso atterra su una ferita aperta.

Su qualcosa che magari fuori non si vede, ma dentro pulsa ancora come un nervo scoperto. Un po’ come il grasso viscerale nelle pance delle donne in menopausa: non se ne va nemmeno se vivi come un asceta tibetano e bevi tisane al finocchio con la devozione di una monaca medievale.
Tratto da una storia vera. La mia.

Che dobbiamo fare. Questo grasso viscerale ci vuole bene. Non vuole lasciarci mai. A differenza di certi uomini.

E quindi niente. Tu sei lì, dentro un corpo che è cambiato tantissimo. Un corpo mutilato, gonfiato, svuotato, medicalizzato. Un corpo che si è scomposto e ricomposto così tante volte da non sapere più bene che forma abbia davvero.

Un corpo con cui fai a cazzotti tutte le mattine.

Ti svegli e negozi.
Con gli ormoni.
Con la fame.
Con il sonno che non riposa.
Con la ritenzione idrica.
Con le cicatrici.
Con la menopausa iatrogena.
Con pantaloni che fino a poco tempo fa ti stavano larghi e adesso sembrano progettati per umiliarti psicologicamente.

E mentre tu vivi tutto questo, arriva un complimento sulla forma fisica.

«Hai meno pancia.»
«Ti vedo meglio.»
«Ti sei asciugata.»

E dentro di te passano, nell’arco di tre secondi, circa diciassette pensieri diversi:
“Grazie al cazzo, sto morendo di fame.”
“Non abbastanza, evidentemente.”
“Mi costa più energia perdere due centimetri di girovita che laurearmi di nuovo.”

Poi però ti senti anche in colpa.

Perché volevano essere gentili.
Perché non c’era cattiveria.
Perché nessuno voleva ferirti davvero.

E infatti il problema non sono i commenti.

O almeno, non solo.

Il problema è che dopo una malattia il corpo smette di essere semplicemente il posto in cui vivi. Diventa un progetto. Un monitoraggio. Un referto ambulante. Un simbolo. Una prova vivente del fatto che “adesso va meglio”.

Gli esami si stabilizzano.
Le terapie finiscono.
I capelli ricrescono.
Le persone smettono di chiederti come stai davvero.

E tu in teoria dovresti sentirti libera e felice. Come una farfalla.

Come nella pubblicità della Lines.

Solo che magari le tue cicatrici esteriori sono guarite prima di te come essere umano completo.

E questa è una delle cose più difficili da spiegare.

Perché non solo sei tornata alle normali funzioni di vita, lontana dallo stereotipo della donna malata di cancro con turbante, colorito giallo e carrozzina spinta da qualcuno, ma se sei fortunata sei tornata persino “in forma”.

Dentro però, ti senti ancora un'estranea in un contenitore che una volta chiamavi casa.

E nessuno ti prepara davvero a questo pezzo qui.
Al fatto che il post-malattia non sia sempre un ritorno, ma a volte una convivenza forzata con una versione di te che non avevi scelto e che non sceglieresti mai.

Una versione che magari continua a lavorare, uscire, sorridere, fare programmi (ma non più in là di sei mesi, che c'è sempre il follow up a cui dare precedenza).

Ed un'altra che vive un lutto silenzioso per il corpo, l’identità, la spontaneità che aveva prima.

Capite quindi che il problema VERO non è il bottone dei pantaloni.
O almeno non solo.

Il problema è che certe esperienze influenzano negativamente e/o cambiano radicalmente il rapporto con il tuo corpo in modo così profondo che ogni commento, anche innocuo, rischia di cadere sopra una faglia già aperta.

Per questo a volte ci irrigidiamo.
Per questo ci arrabbiamo.
Per questo certe parole pesano più del dovuto.

Stiamo "solo" cercando di capire come abitarci di nuovo.
Nonostante tutto.